Il tempo sospeso di Serralunga
Sono nato a Casale Monferrato e a questa città sono legatissimo. Credo sia in assoluto una delle città migliori di tutto il Monferrato, se non la migliore in assoluto: un luogo elegante, a misura d'uomo, amministrato bene nel corso degli anni da persone capaci e perbene. Oggi che vivo a Chivasso e posso guardarla con una giusta distanza, ne riscopro ogni volta la bellezza straordinaria e senza paragoni. Eppure, se Casale è le mie radici, Serralunga di Crea rappresenta il massimo della mia vita, il luogo dell'anima per eccellenza.
Il tragitto da Casale Monferrato a Serralunga di Crea non era solo uno spostamento: era il portale d’accesso a un’altra dimensione. A guidarci c’era mio padre, l’unico in famiglia ad avere la patente, al volante della sua Talbot Tagora 2200 a benzina. Per l'epoca era un’auto pazzesca, quasi spaziale, di una comodità incredibile. Bastava sprofondare in quei sedili e veder scorrere il panorama dal finestrino per sentire che il tempo iniziava a rallentare.
Per me, la fine della scuola a giugno non significava semplicemente vacanza; significava trasferire la mia vita in via Roma, l’unica via centrale del paese, a casa della mia bisnonna. Era una donna simpaticissima. Varcare la soglia del suo alloggio al primo piano significava essere accolti da un profumo unico, quel classico odore delle case vecchie del Monferrato, un'essenza di casa classica di paese che non ho mai più ritrovato da nessuna parte in tutta la mia vita.
La casa si sviluppava tra il cucinotto e la sala da pranzo. Aprire la finestra da lì era come affacciarsi su un quadro: lo sguardo cadeva diretto su un promontorio collinare ricoperto da un bosco fitto, in cui da bambino immaginavo chissà quali misteri. Da quella distesa verde spiccava fiero il campanile di Crea, ma più in alto ancora si intravedevano le varie cappelle e dominava maestosa la più alta e importante di tutte, la grande Cappella del Paradiso. A scandire le giornate c'era il rintocco del campanile, metodico, a ogni scoccare dell'ora.
Sotto la finestra c'era il cortile, dove spesso giocavo da solo nel silenzio del paese. Al piano terra abitava un signore del 1921, coetaneo di mio nonno, un ex geometra distinto che veniva lì in villeggiatura con la moglie. Un'estate — doveva essere tra l'88 e il '90 — portarono con loro la nipote, una ragazza più grande di me che si chiamava Simona. Sistemarono una piscina gonfiabile proprio in mezzo al cortile: fu il mio primissimo, timido approccio con l'altro sesso, un momento di spensieratezza pura rimasto impresso nella memoria.
In quella quiete, le mie giornate avevano dei punti fermi chiarissimi. Il mio regno tecnologico era la Candy Meccanica P11 della nonna: ne conoscevo a memoria ogni singolo programma, il rumore del timer, il ritmo del cestello e il suono dello scarico d'acqua. Passeggiando per le vie del paese capitava persino che cogliessi, dalle finestre aperte delle case, il fischio inconfondibile di qualche altra Candy in centrifuga, un suono che per me era unico e familiarissimo.
Le passeggiate con mio nonno erano momenti speciali. A volte ci spingevamo oltre le ultime case, ci addentravamo nei boschi e, in rari e solenni pomeriggi, arrivavamo a piedi fino al Santuario di Crea. Altre volte la meta era più vicina: percorrevo via Roma verso la piazza della chiesa per fare la spesa da Mariuccia. Quella via, breve ma che a me bambino sembrava lunghissima, era viva di suoni e profumi. Si sentiva il canto di qualche gallo dai cortili e l'eco del dialetto parlato dagli anziani seduti sulle panchine. Erano uomini e donne temprati dalle due guerre mondiali, gente che aveva lavorato la terra per un'intera esistenza senza magari aver mai visto il mare. I miei nonni, arrivando dalla città, al loro confronto apparivano quasi moderni.
Entrare nella bottega di Mariuccia era una festa per i senses: l'odore buono del pane e del prosciutto appena affettato riempiva l'aria, e mio nonno non mancava mai di regalarmi un cioccolatino o un uovo Kinder per farmi felice.
Poi si tornava a casa e la TV diventava il centro del pomeriggio. Mio nonno era un vero e proprio fissato per l'informazione: faceva la spola tra i telegiornali di Rai 1, Rai 2 e Rai 3 per non perdersi nulla. E poi c'era il rito sacro del meteo. Un'ossessione che passò rapidamente anche a me, rapito dal mitico Guido Caroselli su Rai 1 e da quella celebre sigla che introduceva le previsioni, o dagli aggiornamenti di Rai 2.
L'unico vero strappo che riuscivo a fare al palinsesto del nonno era la TV commerciale. Aspettavo con trepidazione Bim Bum Bam e i cartoni animati di quell'epoca d'oro su Mediaset. Guardare quei canali era come accedere a una finestra di pura modernità: c'erano le pubblicità dei primi giochi elettronici Tiger, del Nintendo, delle macchinine radiocomandate che desideravo con tutto me stesso. Gli spot erano popolati da bambini perfetti, doppiati, che sembramano quasi più grandi della loro età, e da réclame di shampoo e creme solari che con le loro musiche frizzanti annunciavano che l'estate era finalmente arrivata. Persino le pubblicità delle bambole avevano un fascino strano: queste bambine con le acconciature cotonate di quell'epoca che giocavano a fare le piccole mamme con la loro cucina in miniatura o la bambola di turno. Sembravano figure inarrivabili, di una bellezza distante, diverse da chiunque si potesse incontrare nella vita di tutti i giorni. Rispetto alla compostezza della Rai, Mediaset trasmetteva una sensazione di energia dinamica e sfavillante.
In quelle estati calde a Serralunga non pioveva quasi mai. Eppure io speravo sempre che all'improvviso il cielo si oscurasse per regalarci un bel temporale estivo: sentire il brontolio dei tuoni la sera portava una scossa di emozione in quel paese immobile. Allora i temporali non facevano paura. A Serralunga non ho mai visto cadere un chicco di grandine, e nessuno in paese ricordava di averne mai vista. La pioggia era soltanto un dono, una goduria e un ristoro per la terra arsa, lontanissima dai fenomeni violenti che oggi spaventano.
Sullo sfondo di quei pomeriggi scorreva l'Italia della Prima Repubblica: un Paese forte, moderno e profondamente occidentale, che guardava al dinamismo di Piazza Affari, alla Milano dei grandi capitani d'industria come Agnelli, Gardini o Berlusconi, e a una politica fatta di personaggi carismatici, tra la verve di Craxi e la compostezza di Forlani. Era un'Italia che si sentiva quasi americana, piena di certezze e di ricchezza, che ogni estate si preparava con spensieratezza ad andare in vacanza.
Tra quelle mura di via Roma, la grande Storia passava anche dai racconti dei miei nonni. Mia nonna, nata nel 1929, ricordava la fame e i pericoli della guerra vissuta da bambina, e mi parlava sempre con gli occhi lucidi dell'arrivo degli americani: soldati altissimi, bellissimi e gentili che regalavano la cioccolata e il cibo ai bambini. Per lei l'America era rimasta quel simbolo di salvezza. Mio nonno, invece, mi raccontava della sua guerra ad Aviano. Uomo retto e tutto d'un pezzo, mi descriveva un mondo antico popolato da generali e comandanti rigorosi. Analizzava il passato — persino la figura di Mussolini — con una lucidità e un'obiettività disarmanti, distinguendo gli errori da ciò che era stato fatto bene, senza i pregiudizi o le sentenze sommarie di chi oggi parla senza aver mai vissuto davvero quella realtà.
Il declino di quella spensieratezza iniziò bruscamente nel 1992. Con Mani Pulite, l'Italia cambiò pelle e carattere: diventò un Paese rancoroso, dominato dal giudizio e dalla rabbia contro la classe politica. Ci si dimenticò in fretta che, pur con tutte le loro storture e le tangenti, quegli stessi politici avevano guidato la crescita e il benessere della nazione. La persecuzione politica finì per travolgere la società intera, innescando un corto circuito economico e culturale che i cittadini comuni avrebbero pagato a caro prezzo nei decenni a venire. Fu la vera svolta in negativo, il punto di non ritorno da cui l'Italia non si è mai più ripresa.
Quella frattura coincise con la fine della mia infanzia. Nel 1994 non passai più l'intera estate a Serralunga. L'ultimo vero ricordo legato a quel luogo risale alla primavera di quell'anno: una Pasqua trascorsa tutti insieme — io, un mio padre, mia madre e le mie due sorelle — per andare a trovare la bisnonna ormai molto anziana. Ricordo che proprio durante quella giornata di festa ci fu un timido temporale primaverile, con un improvviso acquazzone e qualche tuono in lontananza. Sembrava quasi un cenno del destino, come se quel temporale fosse venuto a salutare la fine di un'epoca, l'ultimo a cui avrei assistito a Serralunga. Nell'inverno di quello stesso 1994 la bisnonna se ne andò, e con lei si chiuse per sempre la porta di via Roma.
All'epoca Serralunga non era ancora patrimonio dell'UNESCO — lo sarebbe diventata solo nel 2003, quando io ormai avevo ventitré anni. Era semplicemente un paese rurale, schietto e bellissimo. Il negozio di Mariuccia ha chiuso nei primi anni '90 ed è rimasto lì, sfitto e immobile, come una capsula del tempo.
Oggi che ho 46 anni torno a Serralunga qualche volta all'anno: due o tre visite nella bella stagione estiva e una tappa fissa in autunno. Mi fermo di fronte a quella vetrina chiusa da più di trent'anni, guardo le colline e lascio che i ricordi riaffiorino. Ogni volta scatto le foto alle stesse identiche colline, agli stessi scorci, con una ripetizione rituale di cui non mi stanco mai. Osservo quelle pendenze cambiare sfumatura a seconda delle stagioni, alternando i toni accesi dei periodi verdi a quelli aridi della siccità o ai colori caldi autunnali. Per me tornare a Serralunga significa ritemprare la mente e la vita: è una medicina indispensabile a cui non potrei mai rinunciare. Penso che sia, in assoluto, il paese più bello della mia vita.
C'era una canzone sopra tutte che mi riporta al cuore di quelle estati: Diamante di Zucchero, scritta insieme a De Gregori. È un brano nato proprio per raccontare la memoria di una nonna e la vita di campagna. Quando la ascolto, vedo di nuovo Serralunga.
Ne sono geloso di questo paese. Anche se oggi è tenuto a lucido e valorizzato, è rimasto quel classico borgo del Monferrato poco frequentato, tranquillo, protetto dal chiasso. Vorrei che rimanesse così per sempre, immortalato dal tempo. Serralunga non dovrà mai mancare nella mia vita, fino all'ultimo dei miei giorni. Perché se potessi tornare indietro anche solo per un secondo, rientrerei in quella cucina al primo piano di via Roma, solo per risentire ancora una volta quel profumo.